Nato come progetto indipendente realizzato quasi interamente con software open-source, Flow è il secondo lungometraggio del regista lettone Gints Zilbalodis, classe 1994. Dopo l’esordio con Away (2019), girato praticamente da solo, Zilbalodis ha ampliato il suo team senza rinunciare alla libertà creativa e a una visione personale. Presentato a Cannes 2024 nella sezione Un Certain Regard, il film ha conquistato pubblico e critica in tutto il mondo, vincendo numerosi premi internazionali fino a imporsi agli Oscar come una delle opere animate più sorprendenti degli ultimi anni.
Perché guardarlo
Una grafica fresca ed unica nel suo genere, con uno stile quasi videoludico, a tratti minimalista, ma capace di regalare scenari ed immagini di una bellezza ipnotica. A colpire non è solo la superficie estetica, ma anche un world building pazzesco, che prende elementi familiari – città foreste di svariate regioni geografiche, architetture di stampo precolombiano così come veneziano, faune disparate etc…– e li combina in un universo che non somiglia a nulla che abbiamo già visto. L’animazione, pur essendo realizzata con mezzi indipendenti e software open-source, ha una coerenza visiva che mette in riga molte produzioni ben più costose.
La scrittura è consapevole, matura e perfettamente in sintonia con una regia altrettanto abile e sicura dei propri mezzi. Zilbalodis amalgama con continuità momenti affascinanti, comici e di tensione, mantenendo un ritmo impeccabile e senza mai ricorrere a facili scorciatoie emotive. La scelta radicale di eliminare i dialoghi non limita, anzi potenzia il racconto: ogni verso animale, ogni suono ambientale diventa linguaggio, e la comunicazione passa attraverso lo sguardo, il movimento, la musica e il silenzio.
Gli animali non sono minimamente antropomorfizzati: i loro comportamenti sono di un realismo pressoché documentaristico, eppure il processo empatico è sorprendentemente efficace. Lo spettatore finisce per riconoscere paure, legami, rivalità e slanci affettivi pur senza alcuna parola, come se il film riportasse il cinema a un grado zero della narrazione, primordiale e universale.
Dietro questa semplicità apparente si nasconde un film stratificato, che riflette in maniera intelligente su convivenza e tolleranza, sul peso di una vita e sul rapporto tra leggi di natura e costruzioni sociali. Non esiste una visione unilaterale: predazione, solidarietà, diffidenza e alleanza si intrecciano in un equilibrio instabile, che parla tanto del mondo animale quanto della nostra umanità.
Il risultato è un’opera che mette in crisi la distanza tra cinema d’autore e animazione per famiglie, tra intrattenimento e riflessione filosofica. Non sorprende quindi che Flow abbia conquistato festival e premi internazionali fino all’Oscar, imponendosi come esempio lampante di come l’animazione indipendente possa competere con i grandi colossi.
Analisi tematica:
Flow si svolge in un periodo storico indefinito, privo di tracce di presenza umana, ma permeato di ricordi di un passato ormai estinto. La Terra sembra aver pagato il prezzo dei propri abitanti: le frequenti inondazioni suggeriscono un cambiamento climatico di origine umana, con conseguenze catastrofiche. In questo mondo sommerso, gli animali assumono un ruolo metaforico, incarnando una società divisa in categorie profondamente diverse per cultura o, in questo caso, specie, costretta a collaborare per sopravvivere nelle condizioni più avverse.
Ogni animale porta con sé un bagaglio simbolico: il lemure rappresenta l’avarizia e l’accumulo, il serpentario la miope altezzosità, il gatto la diffidenza verso il diverso, mentre il cane manifesta un’ingenuità ostinata. Tra tutti, il capibara emerge come figura di equilibrio: pur nel suo comportamento accidioso, mostra una stabilità emotiva superiore agli altri protagonisti. L’animale diventa così specchio di vizi, virtù e fragilità umane, consentendo allo spettatore di riconoscere riflessi della società attraverso una lente nuova e universale.
L’acqua, simbolo archetipico di ciclo, catarsi e purificazione, guida l’intera narrazione. Le inondazioni distruggono, annientano, ma al contempo creano le condizioni necessarie per un viaggio iniziatico.
Flow può essere letto come una parabola moderna dell’arca di Noè: senza l’intervento umano o divino, gli animali assumono l’intero compito di preservare la vita e mantenere l’ordine naturale. L’acqua diventa allora strumento di crescita individuale e collettiva: le difficoltà affrontate dai protagonisti rappresentano prove che ciascun personaggio deve superare per affermarsi come eroe, e insieme costruire una coscienza condivisa.
Ma il film non si limita a una visione lineare del ciclo vitale. L’elemento ciclico dell’acqua introduce una riflessione finale che ribalta la prospettiva: quando le inondazioni si ritirano e la terra riemerge, ciò che appare come un trionfo per i nostri eroi rivela al contempo una disfatta per altri, come la balena spiaggiata, vittima di una nuova condizione. Questa scelta narrativa mette in luce la parzialità intrinseca di ogni racconto: Flow ci mostra che la prospettiva dominante degli eventi è solo una delle possibili, che la sopravvivenza di alcuni implica la perdita di altri. La narrazione, così, diventa uno specchio della ciclicità della vita e della severità del mondo naturale, dove equilibrio e ingiustizia convivono inevitabilmente.
In questo senso, Flow assume anche un valore “correttivo” rispetto a tradizioni narrative consolidate: laddove i racconti sacri e classici hanno spesso escluso la voce di certi protagonisti o categorie, Zilbalodis assegna agli animali un ruolo pienamente attivo e complesso, restituendo al pubblico una visione più inclusiva del ciclo della vita. Il film diventa così un’opera che, attraverso la metafora animale e l’elemento acquatico, parla di convivenza, tolleranza, responsabilità e della necessità di riconoscere più punti di vista nella rappresentazione della realtà.
Un elemento ermetico:
L’episodio dell’ascesa del serpentario si colloca in uno dei momenti più enigmatici e vdi Flow. Mentre la barca affronta la tempesta e i protagonisti lottano con le forze della natura, l’uccello segretario si separa dal gruppo, volando verso i colossali pilastri di pietra. Seguito dal gatto, che sopravvive a fatica alle onde, lo ritroviamo al centro di un labirinto intagliato nella roccia. Qui, il linguaggio realistico del film si interrompe bruscamente: la gravità svanisce, un portale di luce si apre e, mentre il gatto precipita nuovamente a terra, l’uccello si lascia trasportare verso l’alto, scomparendo.
Questa scena si presta a più interpretazioni. Da un lato, rappresenta la trascendenza individuale, il superamento della dimensione terrena e del ciclo vitale che lega tutti gli altri animali. Il serpentario non partecipa più alla sopravvivenza collettiva: si stacca dalla comunità e dal viaggio terreno, scegliendo un altro percorso, luminoso ma anche insondabile e solitario.
In questo senso, l’ascesa può essere letta come una sorta di Buddha indù che trascende la reincarnazione, o un superuomo (superserpentario) Nietzschano, in cui l’animale che aveva incarnato arroganza e distacco viene trasfigurato in un essere che oltrepassa i limiti della condizione comune.
Dall’altro lato, il contrasto con il gatto è essenziale: mentre quest’ultimo ricade nel mondo della materia e continua il percorso accidentato con gli altri, l’uccello abbandona la narrazione terrena, diventando simbolo di una possibilità di fuga dal ciclo eterno della natura natura. È un gesto che apre una dimensione metafisica nel film: suggerisce che non tutto è intrappolato nella ripetizione del ciclo vitale, che può esistere anche un altrove, un “oltre” inaccessibile, forse nemmeno desiderabile, ma capace di affascinare.
Forse non è nemmeno una dimensione “trascendente” nel senso più spirituale e religiosa del termine, ma solo un distacco consapevole e catartico dalla logiche della società.
Così, l’ascesa del serpentario non è né un trionfo né una sconfitta, ma un atto di sottrazione: il personaggio abbandona la lotta collettiva e lascia che il suo destino venga scritto da un ordine diverso.
Conclusione
In definitiva, Flow è un film che unisce radicalità formale e simbolisno, capace di raccontare la sopravvivenza, la convivenza e la vita con uno sguardo insieme primordiale e moderno. Zilbalodis dimostra che l’animazione indipendente può farsi linguaggio universale, restituendo al cinema la forza di una favola senza tempo: essenziale, ipnotica, aperta ad interpretazioni.
ENGLISH VERSION
Ecco la traduzione completa in inglese del tuo testo:
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Born as an independent project made almost entirely with open-source software, Flow is the second feature film by Latvian director Gints Zilbalodis, born in 1994. After his debut with Away (2019), which he made almost entirely by himself, Zilbalodis expanded his team without renouncing creative freedom and a highly personal vision. Presented at Cannes 2024 in the Un Certain Regard section, the film won over audiences and critics worldwide, collecting numerous international awards until it established itself at the Oscars as one of the most surprising animated works of recent years.
Why watch it:
A fresh and unique visual style, with an almost video game–like, at times minimalist aesthetic, capable of delivering hypnotically beautiful images and landscapes. What strikes the viewer is not only the surface-level aesthetics, but also the astonishing world-building: familiar elements—forests and cities from different regions of the world, pre-Columbian as well as Venetian-inspired architecture, diverse fauna—are combined into a universe unlike anything we have seen before. Despite being made with independent means and open-source software, the animation achieves a visual consistency that puts to shame many far more expensive productions.
The writing is mature, thoughtful, and perfectly in tune with a direction that is equally confident and skillful. Zilbalodis seamlessly weaves together moments of wonder, comedy, and tension, maintaining impeccable rhythm without ever resorting to cheap emotional shortcuts. The radical choice to eliminate dialogue does not limit the story; on the contrary, it enhances it: every animal sound, every environmental noise becomes language, and communication flows through glances, movements, music, and silence.
The animals are never anthropomorphized: their behavior is depicted with near-documentary realism, yet the empathetic process is astonishingly effective. Viewers come to recognize fear, bonds, rivalries, and affection without a single word, as though the film were returning cinema to a “zero degree” of narration—primordial and universal.
Beneath this apparent simplicity lies a layered work, reflecting intelligently on coexistence and tolerance, on the weight of life, and on the relationship between natural laws and social constructs. There is no one-sided view: predation, solidarity, mistrust, and alliance intertwine in an unstable balance that speaks as much about the animal world as it does about our humanity.
The result is a film that challenges the boundaries between auteur cinema and family animation, between entertainment and philosophical reflection. It comes as no surprise, then, that Flow conquered festivals and international awards all the way to the Oscars, standing as a striking example of how independent animation can compete with major studios.
Thematic Analysis
Flow unfolds in an undefined historical period, devoid of human presence but filled with echoes of a long-gone past. Earth seems to have paid the price of its former inhabitants: the recurring floods suggest an anthropogenic climate catastrophe with devastating consequences. In this submerged world, animals take on a metaphorical role, embodying a society divided into distinct groups—cultures or, in this case, species—forced to cooperate to survive under the harshest conditions.
Each animal carries symbolic weight: the lemur represents greed and hoarding, the secretary bird embodies short-sighted haughtiness, the cat reflects suspicion toward the other, while the dog embodies a stubborn naïveté. Among them, the capybara emerges as a figure of balance: despite its indolent demeanor, it displays greater emotional stability than the other protagonists. In this way, the animals become mirrors of human vices, virtues, and fragilities, allowing viewers to recognize reflections of society through a universal lens.
Water, an archetypal symbol of cycle, catharsis, and purification, guides the narrative. Floods destroy and annihilate, yet they also create the conditions for an initiatory journey. Flow can be read as a modern-day Noah’s Ark: without divine or human intervention, the animals alone bear the responsibility of preserving life and maintaining natural order. Water thus becomes both trial and vehicle: each difficulty faced by the protagonists marks a step in their individual growth and in the building of a collective consciousness.
But the film resists a linear vision of life’s cycle. Water’s cyclical nature culminates in a final reversal: when the floods subside and dry land reemerges, what seems like a triumph for the heroes reveals itself as a tragedy for others—such as the stranded whale, now condemned outside its habitat. This narrative choice highlights the intrinsic partiality of storytelling: Flow shows us that what appears as “disaster” or “fortune” depends solely on perspective. The survival of some necessarily entails the downfall of others. The narrative thus mirrors the cyclical, severe nature of life itself, where balance and injustice coexist inevitably.
In this sense, Flow assumes a “corrective” role toward established narrative traditions: where sacred and classical stories often excluded certain voices, Zilbalodis assigns animals a fully active and complex role, offering a more inclusive vision of life’s cycle. Through the metaphors of animals and water, the film speaks of coexistence, tolerance, responsibility, and the necessity of recognizing multiple perspectives in representing reality.
A Hermetic Element
The episode of the secretary bird’s ascension is one of Flow’s most enigmatic moments. As the boat struggles through a storm, the bird separates from the group, flying toward colossal stone pillars. The cat, barely surviving the waves, follows and finds it at the center of a labyrinth carved into the rock. Here, the film’s realist language suddenly breaks: gravity vanishes, a luminous portal opens, and while the cat falls back to the ground, the bird surrenders to the light and disappears.
This scene allows multiple readings. On one hand, it represents individual transcendence: breaking away from the earthly dimension and the cycle of survival that binds all other animals. The secretary bird no longer participates in collective survival—it detaches itself from the community and from the earthly journey, choosing another path, luminous yet unknowable and solitary. In this sense, its ascension can be read as a kind of Nietzschean Übermensch (a “super-secretary-bird”), in which the animal once embodying arrogance and detachment is transfigured into a being that surpasses the limits of common existence.
On the other hand, the contrast with the cat is crucial: while the cat falls back into the material world and resumes the struggle with the others, the bird exits the earthly narrative entirely, becoming a symbol of escape from the eternal cycle of nature. This gesture introduces a metaphysical dimension into the film: it suggests that not everything is trapped in repetition, that there may be an elsewhere—an “other side”—perhaps not even desirable, but undeniably fascinating. It may not be transcendence in the spiritual or religious sense, but rather a conscious, cathartic withdrawal from the logic of society.
Thus, the bird’s ascension is neither triumph nor defeat, but an act of subtraction: the character abandons the collective struggle and entrusts its fate to a different order.
Conclusion
Ultimately, Flow is a film that blends formal radicalism with rich symbolism, capable of telling a story of survival, coexistence, and life with a gaze that feels both primordial and modern. Zilbalodis demonstrates that independent animation can be a universal language, returning to cinema the power of a timeless fable: essential, hypnotic, and open to interpretation.



Ti ringrazio perché mi hai fatto rivalutare in positivo il film. L'interpretazione dell'ascesa del serpentario mi trova concorde, ottima analisi